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Votata a maggioranza la richiesta di Marco Mastacchi di Rete Civica

Bologna 18 settembre 2025 – È stata approvata a maggioranza dalla Commissione I, Bilancio, Affari generali ed istituzionali una risoluzione presentata dal Consigliere Marco Mastacchi di Rete Civica, per impegnare la Giunta a farsi promotrice, in tutte le sedi istituzionali competenti, di ogni iniziativa utile affinché, nel primo provvedimento legislativo disponibile, venga inserita una norma che estenda l’incremento del fondo per il salario accessorio a tutti gli Enti Locali, incluse le Unioni dei Comuni e gli altri enti attualmente esclusi, ristabilendo così un principio di equità retributiva e valorizzazione uniforme del personale pubblico. Una recente norma ha introdotto nel pubblico impiego locale la possibilità per gli enti di aumentare in modo significativo il salario accessorio del proprio personale. L’obiettivo: armonizzare le retribuzioni dei dipendenti di Comuni, Province e Città Metropolitane con quelle dei colleghi che lavorano nei ministeri, colmando un divario annoso. Creando un paradosso che rasenta il sabotaggio delle politiche pubbliche, la legge esclude però, inspiegabilmente, intere categorie di enti, tra cui le Unioni di Comuni, il modello di gestione associata che lo Stato stesso ha promosso per anni come soluzione all’efficienza amministrativa. Questa scelta non si limita a creare una disparità, ma lavora attivamente contro un modello di governance di successo, generando nuove e dannose disuguaglianze e contraddicendo decenni di politiche di razionalizzazione. La disposizione al centro della questione è contenuta nell’articolo 14, comma 1-bis, del Decreto-Legge n. 25/2025, convertito con modificazioni dalla Legge n. 69/2025, che stabilisce che, a partire dal 2025, città metropolitane, province e comuni possono incrementare il proprio “Fondo risorse decentrate” fino al 48%, superando i precedenti vincoli di spesa. Questo fondo è la fonte da cui si attinge per pagare il salario accessorio del personale, come indennità e premi di produttività. Paradossalmente, la norma non si applica a una serie di enti fondamentali per il funzionamento del sistema delle autonomie locali, fatto che penalizza Unioni di Comuni, Camere di commercio, Comunità montane, Consorzi e Dirigenti e segretari comunali e provinciali, creando una netta divisione all’interno del settore pubblico locale. L’esclusione delle Unioni di Comuni è fatto particolarmente grave in quanto sono strumento incoraggiato per anni per risolvere il problema della frammentazione municipale italiana, permettono ai piccoli e medi comuni di unire le forze per garantire servizi di alta qualità, realizzare economie di scala e migliorare l’efficienza amministrativa. Penalizzare economicamente il personale di questi enti significa, di fatto, disincentivare la cooperazione intercomunale. Se lavorare per un’Unione diventa economicamente svantaggioso rispetto a un singolo comune, si innesca un meccanismo perverso.

Il rischio concreto è quello di un passo indietro, incoraggiando una nuova frammentazione e la duplicazione di uffici e funzioni, con un inevitabile spreco di risorse pubbliche. La recente soluzione proposta dalla nota operativa prot. n. 175706 del 27 giugno 2025 è inattuabile perché stabilisce che le risorse aggiuntive assumono “natura strutturale” e costituiscono un “onere permanente” per il bilancio dell’ente. Questo significa che, per un comune, trasferire tali risorse non è una donazione una tantum, ma una riduzione permanente del proprio budget strutturale e, di conseguenza, della propria “capacità assunzionale”.

La disparità creata dalla legge ha conseguenze dirette e tangibili sulla vita dei cittadini. Come sottolineato nella Risoluzione 676, che cita esplicitamente questi punti come base per la sua richiesta di intervento, i rischi si traducono in un peggioramento dei servizi pubblici essenziali.

Una legge ben intenzionata ha generato una disparità ingiustificabile che non solo penalizza migliaia di dipendenti, ma minaccia l’efficienza e la stabilità dei servizi pubblici locali. La questione non è solo salariale: espone una profonda incoerenza nelle politiche pubbliche, che da un lato promuovono modelli di amministrazione efficienti come le Unioni e dall’altro li indeboliscono. Giusto dunque l‘impegno richiesto da questa risoluzione al governo per estendere il beneficio a tutti gli enti locali finora esclusi.