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Piano Territoriale Metropolitano: una serie di incongruità per la rinascita delle nostre campagne

Bologna – 20 Aprile 2021 – Il capogruppo di RETE CIVICA – Progetto Emilia-Romagna Marco Mastacchi ha presentato una Risoluzione alla Presidente dell’Assemblea legislativa Emma Petitti e alla Giunta Regionale per evidenziare una serie di incongruità e di situazioni portatrici di possibili difficoltà al territorio montano, contenute nel Piano Territoriale Metropolitano in via di approvazione. 

C’era una volta il Piano Regolatore: si riusciva a dire in due parole e già dalla definizione erano immediatamente recepiti gli intenti normativi.  

Oggi, in barba alla SEMPLIFICAZIONE tanto sbandierata e invocata per soli scopi elettorali, il troppo semplice Piano Regolatore ha lasciato il posto a una nutrita serie di sigle – PRGC / PUG / PTC / PUC / PTCP / PSM e chi più ne ha più ne metta – espressioni di altrettante istituzioni che tutte insieme e ognuno con le proprie norme pesano e di fatto bloccano le attività.   

Le norme imposte a cascata da ogni possibile istituzione (comprese quelle che via via vengono abolite, come le province) e che in questo modo danno un senso alla propria esistenza, sono spesso in contraddizione tra loro, lasciando aperti spazi a contenziosi e difficoltà applicative.  

Una nuova sigla sta per aggiungersi alla fila, il PTM Piano Territoriale Metropolitano diretta conseguenza della nascita delle Città Metropolitane. 

Nel Dicembre del 2020 il PTM è stato adottato in via provvisoria e se ne prevede l’approvazione nella primavera 2021. Scopo del Piano: tutelare il suolo, garantire sicurezza, assicurare inclusione e vivibilità, attrarre investimenti sostenibili e rafforzare la coesione territoriale.  

In questo ´piano regolatore sovracomunale´ al quale i comuni dovranno attenersi nel normare il proprio territorio, vi sono alcuni punti che toccano pesantemente il territorio dell’Appennino, già per sua natura con caratteristiche che lo rendono zona particolare quando non svantaggiata.  

Brevemente in tre punti:  

  1. sono state inserite nel PTM norme che vietano il cambio d’uso di vecchi fienili e stalle (fabbricati ex rurali), che non potranno più essere trasformati in abitazioni – pratica questa usuale e consolidatasi con i cambiamenti di diversa natura che hanno coinvolto l’agricoltura.  Tali trasformazioni sono spesso fatte nel pieno rispetto del pre-esistente e della tradizione e contribuiscono di fatto a preservare il patrimonio architettonico rurale.   
  2. altre norme vietano gli ampliamenti fuori dai centri abitati. Significa, per chi abita fuori dal centro abitato, che non potrà più “adattare” la casa alle nuove e sopraggiunte esigenze e quindi, ad esempio, costruire una camera per un figlio o un bagno in più.  
  3. esistono poi norme che non consentono il recupero dei fabbricati “collabenti”.   Un’unità collabente è un fabbricato che non è più agibile o idoneo alla funzione per cui era stato costruito. Si tratta principalmente di immobili allo stato di rudere o soggetti a forte degrado, che devono essere accatastati e fino a ieri potevano essere ristrutturati. Tali fabbricati, soprattutto nelle zone rurali e nei piccoli borghi, si trovano spesso a ridosso di altre abitazioni. Con la normativa del PTM il “collabente” viene lasciato crollare creando così una situazione di danno e pericolo per i fabbricati vicini.  Nel caso ci fosse qualche volenteroso cittadino che volesse acquistare tali fabbricati per recuperarli, non potrà più farlo perché il Piano in approvazione non lo consente. 

Errori strategici e di prospettiva, che sembrano andare in contrasto con le principali norme stilate dalla Regione Emilia-Romagna ,in particolare con la legge regionale 24 del 2017 la cosiddetta legge del “CONSUMO SUOLO A SALDO ZERO”. Da una parte si legifera per recuperare l’esistente per non consumare territorio e dall’altra la Città Metropolitana vieta di recuperare l’esistente: un cortocircuito istituzionale a danno e detrimento in questo caso del nostro Appennino.  

Sia nell’Appennino che nella nostra pianura esistono tantissimi ex poderi agricoli, diventati abitazioni civili perché il numero di agricoltori si è ridotto, i terreni quindi vengono aggregati e i fabbricati non sono più abitati da agricoltori, ma da persone che amano la natura e amano stare in campagna. Moltissimi fienili e stalle sono in attesa di essere recuperati e vincolarli per restare stalle o fienili, significa mantenerli nel loro status quo, dal momento che per la moderna agricoltura sono strutture inidonee. 

Il timore che nuovi insediamenti diano luogo a richieste aggiuntive di servizi territoriali non è giustificato.  Gli insediamenti di nuovi nuclei familiari si realizzano spesso per motivi di cure verso la famiglia di origine, che si allarga per ospitare i figli che si occuperanno in futuro della cura dei propri genitori. Si assiste di fatto a un’ottimizzazione dei servizi che sono già presenti sul territorio.

Un ulteriore e importante aspetto riguarda le attività economiche.  Nelle aree rurali e in caso di “Edificato sparso e discontinuo” di cui alla L.R. 24/2017, il PTM invita i Comuni ad evitare ampliamenti delle attività economiche per non generare nuovo carico urbanistico e eventuali richieste di ampliamento, devono rimanere all’interno dell’area di pertinenza del fabbricato principale senza interessare aree esterne. 

Ma, in attuazione della L.R. n. 15/2013 e di principi fondamentali che trovano il loro fondamento nella nostra Costituzione, rileva Mastacchi, tali scelte dovrebbero essere lasciate ai Comuni, che meglio conoscono il territorio e le concrete e differenti situazioni imprenditoriali e geografiche. Inoltre, l’applicazione di questa limitazione realizzata in maniera astratta e senza tener conto dei diversi contesti, incide sullo sviluppo delle attività economiche sul territorio, soprattutto nelle zone montane e svantaggiate, disincentivando investimenti e rischiando di innescare processi di involuzione di economie, che comunque presidiano il territorio e possono peraltro anche essere collegate alla economia agricola.  

Da notare che la legge 24/2017, con riguardo all’edificato sparso o discontinuo assegna al Piano Urbanistico Generale il compito di prevedere quelle azioni che consentano il mantenimento e il consolidamento del patrimonio edilizio esistente, coerentemente al tipo di edificato.  

Va peraltro tenuto presente che nell’edificato residenziale sparso risiedono 85.000 abitanti (ISTAT, 2011), equivalenti alla seconda città del territorio metropolitano. Gli usi del suolo urbani all’esterno del territorio urbanizzato ammontano a circa 20.000 ha (CTR 2014), pari al 47% dell’urbanizzato complessivo. In altri termini, fuori dalla città pianificata e dotata di servizi c’è il 50% dell’urbanizzato. Parte dell’urbano disperso è “operazionale”, cioè serve a far funzionare la città che “colonizza” il territorio rurale con le sue strutture. Parte della dispersione è invece l’esito di dinamiche abitative e produttive. 

Altro punto ostativo alla possibilità di ampliamento di attività economiche già insediate, normato dal PTM, riguarda l’eventuale taglio di alberi, funzionali a tali ampliamenti. Secondo il PTM sono ammessi modesti ampliamenti, purché ciò non comporti l’eliminazione di alberature.  

Singolare che, come riportato nel “ Quadro Conoscitivo Diagnostico per l’avvio della Consultazione preliminare” (vedi sito del Piano Territoriale Metropolitano),  dal  1976 al 2014 le coperture “naturali” hanno avuto un notevole incremento (dal 28,9% della superficie territoriale al 32,6%) dovuto prevalentemente ai boschi (dal 14,3% al 23,5%), che si sono diffusi sia in coperture “naturali” (praterie, brughiere, aree cespugliate) sia in terreni agricoli abbandonati, fatto che potrebbe controbilanciare eventuali e ridotte eliminazioni di alberature.  

¨L’Appennino sta vivendo un momento di potenziale grande sviluppo proprio per effetto dei limiti imposti dal lockdown ancora in corso e credo che i due fattori che richiedono il nostro impegno e intervento siano le infrastrutture viarie (collegamenti autostradali, ferroviari e viari) e quelle informatiche e digitali. ¨ continua Mastacchi.

 Apparentemente la disciplina del PTM interpreta in modo eccessivamente estensivo le proprie competenze, finendo per ledere l’esercizio di funzioni fondamentali che la legge assegna ai Comuni e laddove impedisce il cambio d’uso e il recupero di edifici, con originaria funzione diversa da quella abitativa, finisce anche per contraddire le stesse finalità della legge regionale, quali il “contrasto allo spopolamento e abbandono delle aree remote e marginali”, effetto che inevitabilmente si determinerà, a fronte dell’impossibilità di un proficuo recupero degli edifici. Recupero caldeggiato recentemente anche dal Ministro della Cultura Dario Franceschini che ha annunciato alcune proposte da inserire nel Recovery Plan. Tali proposte prevedono misure per 650 milioni di euro per il restauro del patrimonio costituito dall’edilizia rurale come casali, depositi agricoli, rustici spesso abbandonati, a cui si aggiunge circa un miliardo di euro per rivitalizzare i borghi, compresi quelli abbandonati, e gli alpeggi, per ridare vita a quella parte d’Italia lontana sia dei grandi centri che dalle coste marine, la più soggetta all’abbandono da parte delle nuove generazioni che non trovano più occasioni di lavoro e prospettive di vita.   

Alla luce di queste considerazioni Mastacchi chiede alla Giunta di prevedere nel proprio Atto regionale di coordinamento tecnico, ancora da emanare, che le misure del PTM in regime di salvaguardia non siano interpretate in senso impeditivo rispetto alla possibilità di recuperare ai fini abitativi edifici siti nelle aree rurali, qualora tale possibilità sia prevista e/o ammessa negli strumenti urbanistici comunali.  

Chiede inoltre che si determini una modifica radicale di prospettiva delle disposizioni del PTM, che sono palesemente in contrasto con la strategia regionale del “consumo del suolo a saldo zero” delineata dalla legge regionale 24 del 2017, affinché venga restituita ai Comuni una maggiore flessibilità relativamente all’uso dei propri territori, flessibilità che consenta di tenere conto delle caratteristiche geo-morfologiche e delle esigenze delle comunità che li popolano, diretta ad ostacolare lo spopolamento del nostro Appennino ed a incentivare il trasferimento di famiglie e di giovani coppie, ottimizzando i servizi che già esistono sul territorio, dando la possibilità di realizzare civili abitazioni con il cambio di uso di vecchi fienili e/o stalle, di effettuare eventuali ampliamenti fuori dai centri abitati o di recuperare fabbricati “collabenti” tipici dei nostri borghi.